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lunedì 8 febbraio 2021

L'interpretazione vocale e stilistica del Duca di Mantova secondo Lauri-Volpi

In che consiste l’interpretazione vocale e stilistica del “Rigoletto”? La parte del “Duca di Mantova”, nonostante la sua apparente spontaneità e disinvoltura, è tra le più spinose e pericolose. Esige appunto la difficilissima facilità della respirazione, dell’emissione, della dizione in una tessitura impervia, per rendere quel personaggio capriccioso e sfacciato, ma pure nobilissimo nel portamento e nel gesto. Il canto dovrà seguire una linea pura ed elegante; la voce, duttile e lucente, non potrà rinunciare a una consistenza virile, altrimenti cadrebbe nel mellifluo e nel querulo, che non si addice all’impeto dello scapigliato superuomo della Rinascenza. In definitiva, nel complesso personaggio verdiano pugnano elementi contraddittori che vanno superati in una meditata armonia di pensiero e di sentimento estetico. Fin dalle primissime recite, mi resi conto di cotali esigenze e, a poco a poco, pervenni a conciliarle, a fonderle in una interpretazione che parve appropriata. Così l’accettò il pubblico. E dal consenso trassi l’iniziale fortuna che agevolò l’ascesa alle alte remunerazioni.

(da: G.Lauri-Volpi - "Incontri e scontri", 1971) 


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P.S. primi e gloriosi interpreti ottocenteschi del Duca di Mantova:

RAFFAELE MIRATE
Fu uno fra i più celebrati tenori della sua epoca. Di lui avremo detto tutto avvertendo che il suo metodo sapiente e la sua voce sicura, flessibile, soave e tuttavia potente, gli permettevano di cantare egualmente e senza il minimo sforzo "Cenerentola" quanto "Rigoletto". E' noto ch'egli fu il primo interprete di quest'opera a Venezia. Il Verdi per compiacere al desiderio di lui, non pago — ed a ragione — delle sue romanze all'atto secondo —, scrisse, all'ultimo momento, la popolare canzone "La donna è mobile", nella quale il Mirate destò fanatismo. — Il periodico teatrale di quel tempo, "Il Vulcano", così scriveva:
"Quando il Mirate si è presentato alla ribalta e ha cominciato a cantare con quella sua voce, dal timbro vivo e brillante, la canzone 'La donna è mobile', tutto il pubblico ha capito subito che quella era la misteriosa sorpresa che il Verdi ci aveva preparato. E la sorpresa è riuscita graditissima, tanto che si è voluto riudire la canzone tre volte, e se il Mirate lo avesse consentito le repliche avrebbero raggiunto la dozzina!..."

MARIO DE CANDIA
Alla presente generazione, abituata al grido passionale, agli scatti convulsi degli attuali cantanti, è difficile dire con precisione quale fosse e come si esplicasse sulla scena l'arte di Mario: arte che consisteva specialmente nel dare alla parola cantata la sua perfetta espressione senza punto alterare la limpidezza del disegno melodico. Fra le molte opere del Verdi da lui cantate, quella dove non ebbe rivali fu il "Rigoletto". [*] Ogni nuova interpretazione, del resto, segnò per lui un nuovo successo che gli valse proposte e contratti cospicui per tutti i principali teatri d'Europa e d'America. (...)
La carriera del Mario sulla scena fu lunga e gloriosa.
[* Così, per esempio, nel duetto del "Rigoletto", laddove il tenore canta:
"E' sol degli uomini la vita amore,
Sia voce un palpito del nostro cuore,
E' fama, gloria, potenza, e trono..."
il Mario traeva degli effetti vocali nuovi e singolari, colorendo la parola con una varietà ed efficacia di tinte di cui sarebbe impossibile tentare l'imitazione (...)]

(da: Gino Monaldi - "Saggio d'Iconografia Verdiana, con 182 illustrazioni" - Bergamo, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, 1913)

Cantarono il ruolo del Duca, tra fine Ottocento-inizio Novecento e per tutto il secolo scorso tenori di calibro diverso:

Fernando De Lucia, Enrico Caruso, Giuseppe Taccani, Dino Borgioli, Giacomo Lauri-Volpi, Beniamino Gigli, Ferruccio Tagliavini, Renato Cioni, Gianni Raimondi, Carlo Bergonzi, Luciano Pavarotti, Franco Bonisolli, Vincenzo La Scola... per non parlare di Di Stefano e Del Monaco. Ma l'interpretazione offerta da Lauri-Volpi non è stata oggettivamente raggiunta da nessun altro. Eccone le ragioni!

IL SUPERBO DUCA DI MANTOVA DI LAURI-VOLPI :

Se Tito Schipa - "principe dello stile, maestro infallibile e sempre attuale di aristocratico gusto interpretativo" - foggiò un Duca di Mantova di irresistibile eleganza salottiera, perfettamente rispondente a una moderna concezione del 'tenore di grazia' (e al di là delle Alpi gli diede la replica uno squisito Richard Tauber); e se Beniamino Gigli, a sua volta, per circa tre lustri offrì al "Rigoletto" il prezioso contributo di una fluente e melodiosa cantabilità - non c'è dubbio però che, Caruso a parte (e per qualcuno anche Caruso compreso), se vogliamo individuare il Duca del secolo, costui non può essere che Giacomo Lauri-Volpi, "il solo artista, per voce, qualità, volume, estensione, carattere, temperamento", che seppe "darci un ritratto ideale di questo cinico eroe negativo".

Del resto, che Lauri-Volpi fosse un perfetto Duca di Mantova, se ne accorse l'arcigna critica milanese fin dal dicembre 1920 allorché il ventottenne tenore presentò al Teatro Dal Verme questo personaggio che, dopo il positivo esordio di Viterbo (sett. '19), nel volgere di poco più di un anno aveva vittoriosamente interpretato al Verdi di Firenze (dic. '19 e febbr. '20), al Municipal di Rio de Janeiro e al Coliseo di Buenos Aires (estate 1920), al Politeama Rossetti di Trieste (sett. '20) e al Politeama Genovese (ott. '20). "Un Duca di Mantova quale da un pezzo non ne avevamo sentito", scriveva infatti il Ciampelli all'indomani della trionfale 'prima' milanese; e aggiungeva: "Bisogna dir subito che ci troviamo dinanzi ad un tenore di mezzi eccezionali: la sua voce è limpida, fresca, flessibilissima, ed accanto al timbro robusto che può e sa assumere nelle note medie possiede un tesoro di mezze voci nelle quali sfuma deliziosamente il suo canto. Ed è anche intelligentissimo: ce ne dà la prova il senso d'arte col quale egli domina le sue emissioni vocali, il buon gusto col quale compone il personaggio" ("La Sera", 24 dicembre 1920).

Logico il desiderio dei raffronti, sempre ardui, con un passato allora relativamente prossimo: il Ciampelli scomodava addirittura Masini e Marconi, e nel ricordo di questi due grandi predecessori non esitava a profetizzare a Lauri-Volpi "un grande avvenire".
Impegnativa anche se in fondo facile profezia, che vide il suo avverarsi già nel gennaio 1922 allorchè, a soli sedici mesi dall'esordio, Lauri-Volpi giunse a calcare vittoriosamente le scene scaligere nella prima stagione del famoso settennio toscaniniano mettendo in luce, ancora una volta quale Duca di Mantova, la sua voce "bella, limpida, dolcissima", e confermandosi "tenore che ha mezzi eccezionali, e che una seria disciplina, quale si è imposta, renderanno sicuramente un artista perfetto" ("La Sera", 16 gennaio 1922).

E le proporzioni del successo scaligero (poi ripetuto nel 1934 e 1943) si sarebbero ancora ampliate nei decenni seguenti, che videro l'irresistibile Duca di Lauri-Volpi passare di trionfo in trionfo nei principali teatri del mondo, dal Metropolitan al Colón, dal Covent Garden all'Opéra, dal Real alla Städtische Oper di Berlino, dal Liceo all'Opéra di Montecarlo, dall'Opera di San Francisco al San Carlo, dall'Arena di Verona all'Opera di Roma, dove, nel maggio 1950, a trent'anni dall'esordio di Viterbo, cantò per l'ultima volta "Rigoletto", "suscitando [. . .] l'entusiasmo nel pubblico per la generosità del suo canto e per la precisa accentuazione conferita al personaggio".

Così Renzo Rossellini ne "Il Messaggero" del 20 maggio. - A Roma, del resto, il Duca di Mantova di Lauri-Volpi ottenne sempre calorosissime accoglienze fin da quando, nel marzo 1934, lo cantò per la prima volta al Teatro Reale dell'Opera. Scrisse per l'occasione un critico anglosassone, James Robertson: "Of the singers [gli altri principali erano Toti Dal Monte e Benvenuto Franci: G.G.], the first to be mentioned is Lauri-Volpi, assuredly one of the most fulgent of Italy's glorious line of divos - a true descendent of Mario, of Rubini, not since their time has there been a voice of such miraculous flexibility. The sheer beauty of his mezza-voce, the thrill of his high notes - the most perfect in living memory - secure for him a place at the head of present-day attractions. Nor is he only a virtuoso as one might call Gigli. He is a consummate artist. Allied to his excellent stage bearing, his lyric art presented to us a Duke of Mantua in whom we had no option but to believe utterly. What girl, we asked, could have resisted the positively unhearthly beauty of his tones as he murmured in her ear 'E' il sol dell'anima'? Here is a piece of singing that will linger in my mind as long as I live [. . .] Lauri-Volpi's "Questa o quella" was nothing to make a song about, but his singing in the second and last acts was a wonderful privilege to hear (cfr. "The Record Collector", vol XI, n. 11-12, nov./dic. 1957, p. 250).
A sua volta Mario Rinaldi così riferiva di un altro famoso "Rigoletto" romano del maggio 1946 (famoso anche per gli accesi contrasti sorti fra il loggione e il direttore d'orchestra americano, certo Lawrence, per il rifiuto di costui a concedere il 'bis' della "donna è mobile" una volta tanto accordato dall'estroso tenore): "Giacomo Lauri-Volpi ha dato magnifico rilievo al personaggio del Duca; nessuno, come lui, sa forse riprodurre la spavalderia di questo poco simpatico libertino, senza contare che con i suoi eccezionali mezzi vocali il Lauri-Volpi si è guadagnato subito il pieno favore degli ascoltatori [. . .] Voce generosa, facile all'acuto ed alla mezzavoce, quella di Lauri-Volpi. Con mezzi simili non si può non aver dalla propria parte il pubblico" (cfr. "Il Messaggero", 28 maggio 1946).

Un personaggio solo apparentemente facile ma in realtà assai impegnativo, la cui pesante eredità, al pari di quella, anche più onerosa, di Manrico, attende tuttora chi possa raccoglierla, farla interamente sua, e portarla innanzi.
Un compito, se non impossibile, certo assai arduo, al quale, per la verità, non pochi tenori si sono accinti negli ultimi trent'anni, arrivando a conseguire risultati vocalmente e artisticamente anche assai pregevoli, talvolta di indubbio rilievo, senza però che i loro Duchi possano reggere fino in fondo il confronto con quello, davvero "superbo", scolpito da Lauri-Volpi. La definizione è di Toti Dal Monte (cfr. "Una voce nel mondo", Milano, Longanesi, 1962, p. 255), che ovviamente se ne intendeva per essergli stata collega in molte edizioni di "Rigoletto".

(da: IL CAMMINO DELL'OPERA di Giorgio Gualerzi, in: VERDI - Bollettino dell'Istituto di Studi Verdiani, Parma - Vol. III - Numero 9 - 31.I.1982) 

mercoledì 22 luglio 2020

Caratteristiche vocale della Patti, la Gilda "più completa ed espressiva" per Giuseppe Verdi


Caratteristiche vocali della Patti, la Gilda "più completa ed espressiva" per Giuseppe Verdi:

...Adelina Patti fu cantante di grandezza senza pari. Quando era nel fulgore degli anni e dei trionfi, un vecchio critico musicale italiano di cui s'è perso il nome, scriveva queste parole, riportate all'indomani della morte della Diva da un giornale inglese: "La sua voce è di soprano assoluto, non voluminosa ma assai penetrativa; è estesa nella parte superiore del suo diapason; è sensibilissima anche nelle più tenui sfumature a fior di labbra, e il suo limpido tintinnio ha, in qualsiasi grado di volume, come una soave dolcezza; è così unita che i naturalisti confesserebbero non esservi in essa soluzione di continuità; è morbida, pastosa, elastica, vellutata, e tanto lieve che sembra una piuma librata nello spazio. Nelle note acutissime è spontanea quanto nelle note centrali e nelle gravi. Essa non solamente è voce cittadina, come l'avrebbe chiamata il Boccaccio, ma signorile, non solo ha mirabile facilità di gorgheggio in cui sono notevoli le scale diatoniche e cromatiche, ascendenti e discendenti, il trillo, il mezzo trillo, i passi flautati, i nitidi mordenti, ma anche la sicurezza negli attacchi e il passaggio da un registro all'altro".
Trionfavano, allora, sulle scene liriche mondiali Cristina Nilsson, Paolina Lucca, Etelka Gerster, Giuditta Pasta, Maria Malibran, l'Alboni e la Ungher, definita da Rossini "petto di bronzo, voce d'argento, talento d'oro". Ma presto Adelina Patti le superò tutte, facendosi paragonare al flauto e all'usignolo [Quando Rossini la sentì la prima volta nel "Barbiere", le espresse subito tutta la propria ammirazione: "Voce di paradiso, non c'è che dire! E gorgheggi degni d'un usignuolo!"]. Verdi, dopo avere assistito ad una rappresentazione di "Rigoletto" con la Patti, disse che "nessuna Gilda era stata mai più completa ed espressiva di lei". E, in una lettera del dicembre 1877 al Conte Arrivabene, aggiunse: "E' natura d'artista così completa che forse non v'è stata mai l'uguale. (...) la Patti è più completa. Voce meravigliosa: stile di canto purissimo. Artista stupenda, con uno 'charme' e un 'naturale' che nessuno ha".

(da: Arturo Lancellotti - "Le voci d'oro" - Roma, 1942)

E su "IL TEATRO ILLUSTRATO", dell'agosto 1883, in Le nostre illustrazioni - ADELINA PATTI si scriveva di lei:
"(...) va riconosciuta nella signora Adelina Patti una cantante dotata dalla natura di una voce della miglior tempra di soprano, limpida, flessibile, pronta a superare ogni difficoltà, e, oltre queste qualità, ne è da ammirare la perfetta intonazione, la splendidezza, l'estensione ricca, senza poi dire che la Patti sa valersi nel modo più eletto di ogni elemento del così detto bel canto. (...)" E.M.

[N.B. La Patti, di Verdi, cantò ben sette opere: "La Traviata", "Il Trovatore", "Rigoletto", "Luisa Miller", "Giovanna d'Arco", "Ernani" ed "Aida"]

venerdì 28 febbraio 2020

Il celebre baritono Victor Maurel sulla "mezza voce" e il non forzare mai i suoni vocali

L'importanza fondamentale di cantare a MEZZA VOCE secondo Victor Maurel, primo interprete verdiano nei ruoli di Iago (in "Otello") e di Falstaff

"La voce umana può produrre delle tonalità assai forti, come delle tonalità d'una debolezza estrema; l'importante è di unire queste due tonalità estreme, e di ottenere la tonalità media chiamata dagl'Italiani MEZZA GOLA.
E' mercè questa mezza voce che un cantante abile può ridersi di tutte le difficoltà del canto, e resistere a dei grandi dispendi vocali senza risentirne fatica."

"Mettete la più grande attenzione a emettere i vostri suoni senza forzarli mai, cioè a dire senza cercare una sonorità più grande di quella che le vostre corde vocali possono produrre senza perdere il timbro armonioso e chiaro, e voi sentirete che le vostre labbra articoleranno con facilità le parole che voi volete unire ai suoni."

"Non è punto un organo di una forte sonorità che devesi aver l'ambizione di acquistare collo studio (...) Quel che ci si deve ripromettere da un esercizio vocale ben compreso e diligente, è di rendere flessibile, solida, chiara e perciò fortificata la quantità sonora di cui la natura ha dotato un organo umano."

(Precetti del baritono Victor Maurel, citati in: "Manuale del cantante" di Leopoldo Mastrigli - Ulrico Hoepli, Milano 1890)

"La voix humaine peut produire des tonalités très fortes, comme des tonalités d'une faiblesse extrême; l'important est d'unir ces deux tonalités extrêmes, et d'obtenir la tonalité moyenne appelée par les Italiens "mezza gola".
C'est grâce à cette demi-voix qu'un chanteur habile peut se jouer de toutes les difficultés du chant, et résister à de grandes dépenses vocales sans sentir la fatigue."

"Mettez la plus grande attention à émettre vos sons sans les forcer jamais, c'est-à-dire sans chercher une sonorité plus grande que celle que vos organes peuvent produire sans perdre le timbre harmonieux et clair, et vos lèvres articuleront avec facilité les paroles que vous voulez unir aux sons."

"Ce n'est pas un organe d'une forte sonorité qu'on doit ambitionner d'acquérir par l'étude (...) Ce que l'on doit attendre du travail vocal, bien compris et appliqué, c'est de voir s'assouplir, se solidifier, s'éclaircir, et par cela même se fortifier la quantité sonore dont la nature a gratifié un organe humain."

(Testo originale francese contenuto in "A propos de la mise en scène du drame lyrique OTELLO - étude précédée d'aperçus sur le théatre chanté en 1887" di Victor Maurel, riprodotto in: Victor Maurel - "Dix Ans de Carrière", Imprimerie Paul Dupont, Paris, 1897)

[Nella foto: Giuseppe Verdi con Victor Maurel nei panni di Jago, primo interprete del ruolo in "Otello" nel 1887, e pochi anni dopo primo interprete di Sir John Falstaff in "Falstaff" nel 1893] 



Il diapason universale (o Corista unico) secondo Verdi, con Pedrotti, Bazzini, Ponchielli, Rossi, Faccio, Boito e Marchetti

Il CORISTA UNICO secondo Verdi ...il Diapason 'verdiano', tra 435 e 432 Hz... Tuning Fork a1=435 compound vibrations (la3=870 v. s.)...